Breve storia delle colonie estive GIL

Rotzo: La allora "Colonia Alpina Fascio di Schio"
Rotzo: La allora "Colonia Alpina Fascio di Schio"

Nell'ambito delle politiche di organizzazione di massa della gioventù e dell'igiene sociale il regime fascista pose sotto il suo diretto controllo e potenziò lo sviluppo di insediamenti residenziali per la cura e la villeggiatura dei Figli della Lupa e dei Balilla, denominati Colonie Estive, montane e marine. Sino alla Grande Guerra, tali centri a finalità ricreative ma soprattutto sanatoriali (definiti ancora con il nome di ospizio) erano stati approntati per l'infanzia bisognosa - in particolare quella appartenete a ceti operai urbani - da associazioni filantropiche e religiose, da amministrazioni comunali e da patronati scolastici, dalla borghesia imprenditrice illuminata e dalle organizzazioni sindacali e della cooperazione cattolica e socialista. Nel 1885 esistevano già 19 ospizi lungo le coste dell'Adriatico e del Tirreno settentrionali. Il loro sviluppo si incrementò in età liberale con la preferenza data agli ospizi marini (42 nel 1913) e alle colonie scolastiche e climatiche che prevedevano lunghe degenze per bambini malati di tubercolosi e di scrofolosi. La Grande Guerra peggiorò le già precarie condizioni igieniche e sanitarie delle classi più povere, in particolare quelle residenti in centri urbani industriali di media e grande dimensione: la sifilide (che ancora negli anni '30 produsse più di 10.000 minorati l'anno e occasionò il 50% di parti prematuri), il tracoma, che conduceva alla cecità (70.000 ragazzi in età scolare ne erano afflitti in Italia alla fine degli anni '30), il tifo e soprattutto la tubercolosi che, considerata la malattia sociale del XIX secolo, permase a pieno titolo nel Novecento italiano. Se l'endemia tifoidea era dovuta alla scarsità di reti idriche e fognarie in diverse aree del paese, la persistenza di casi di tubercolosi e persino il loro aumento negli anni venti e trenta furono causati da situazioni abitative particolarmente insalubri: situazioni che si accentuarono con la politica di sfollamento attuata dal fascismo nei confronti di molti centri urbani, con l'addensarsi di popolazione povera in borgate e in "bassi" al centro-sud e in quartieri periferici delle città industriali, e che penalizzarono soprattutto i bambini e gli adolescenti.

Rotzo: Il piazzale
Rotzo: Il piazzale

A partire dal 1926, la gestione delle colonie venne affidata localmente alle federazioni del PNF e alle loro Casse provinciali di previdenza per le opere di beneficenza - riunificate su scala nazionale, nel 1931, nell'Ente Opere Assistenziali -, al quale contribuirono in fondi e in personale sia l'Opera Nazionale Maternità e Infanzia (Onmi) sia l'Opera Nazionale Balilla (Onb). Dopo circa un decennio di crescita sostenuta ma alquanto improvvisata, alla metà degli anni '30 il fascismo si impegnò a dare una definitiva identità politica, sanitaria ed educativa alle colonie, in particolare a quelle temporanee estive e marittime. Il regime volle così porsi all'avanguardia e all'attenzione internazionale nel campo delle politiche giovanili, in concorrenza con altri modelli di intervento pubblico nei confronti della gioventù in paesi sia democratici (New Deal statunitense, Fronte popolare francese) sia retti da partiti unici (Germania nazista, Unione Sovietica). Nel 1935, si tenne a Rimini un congresso nazionale medico che riordinò gli interventi di assistenza climatica nel campo della profilassi per le malattie infantili, classificò attentamente le colonie estive secondo le malattie, i periodi di cura e di soggiorno, le località (marine, montane, fluviali e lacustri, di pianura e termali), e stilò un primo regolamento. Le colonie temporanee erano particolarmente consigliate per finalità terapeutiche, quelle diurne a fini profilattici.
Nel 1937, l'intera organizzazione educativo-sanitaria delle colonie estive, temporanee e diurne, venne affidata alla Gioventù Italiana del Littorio (GIL) in collaborazione con le prefetture e i presidi sanitari provinciali. Nel giugno dello stesso anno, una Mostra delle colonie estive, allestita al Circo Massimo, celebrò nella capitale dell'Impero le realizzazioni compiute dal fascismo per il miglioramento della salute della "stirpe italica". Realizzazioni che divennero un chiaro impegno della Scuola e Nazione per la difesa della razza, secondo il titolo del manuale-regolamento di "nozioni di pedagogia e di igiene per le direttrici e le assistenti delle colonie climatiche" diffuso nel 1939. Mantenendo operanti alcune colonie permanenti di soggiorno destinate ai bambini affetti da malattie croniche e infettive, l'impegno organizzativo e propagandistico del regime si profuse essenzialmente nei confronti delle colonie estive destinate a "tutti i fanciulli di età compresa tra i 6 e i 13 anni, [purchè] regolarmente iscritti alla Gioventù Italiana del Littorio ed in possesso della relativa tessera per l'anno in corso". L'ammissione alle colonie era riservata ai "fanciulli appartenenti a famiglie bisognose", dando la preferenza assoluta ai "fanciulli orfani di Caduti; ai figli di mutilati e di invalidi per la grande guerra, per la Rivoluzione, per la campagna in Africa Orientale e per la Spagna; ai fanciulli appartenenti a famiglia numerosa" (dal regolamento del 1939).

Rotzo: Cartolina postale anno 1946
Rotzo: Cartolina postale anno 1946

Alla metà degli anni '30, circa il 10% dei bambini compresi nell'età e nelle categorie aventi diritto usufruirono della possibilità di compiere un soggiorno al mare o in montagna con turni di non meno di 30 giorni. Fonti ufficiali parlano di un totale di 568.680 assistiti nel 1935 e 806.964 durante l'estate precedente all'entrata in guerra, nel '39. Le colonie estive atte a soggiorni temporanei mensili passarono, sempre secondo le stime ufficiali, dal centinaio circa del 1926 a più di tremila a metà degli anni '30, con una prevalenza di quelle marine, circa 350, nei confronti delle fluviali, calcolate a circa 330, e delle montane, circa 280: a queste vanno aggiunte le oltre duemila sedi elioterapiche diurne organizzate nelle città grandi e medie e nei loro immediati dintorni. Difficile conoscere con precisione la provenienza regionale dei giovani frequentanti senza compiere ricerche specifiche per colonia e località di soggiorno; si può comunque ritenere che la grande maggioranza dei bambini e dei ragazzi provenisse da centri urbani e industriali dell'Italia settentrionale. A questi piccoli ospiti vanno aggiunti bambini e ragazzi di altre due categorie. Anzitutto i figli degli italiani residenti in altri paesi europei e nelle colonie italiane, che a metà degli anni '30 vennero convogliati in colonie estive dalle sedi consolari della Segreteria generale dei fasci italiani all'estero: nella sola estate del 1935 giunsero in Italia circa 15.000 figli di emigrati, i maschi ospitati essenzialmente a Cattolica, le femmine a Tirrenia. Inoltre i giovani avanguardisti, ragazzi di età superiore ai quattordici anni, per i quali furono predisposti specifici campeggi in località di soggiorno marittimo e montano che organizzavano attività sportive e di preparazione premilitare, di avviamento ad attività lavorative in campo artigianale, meccanico e agricolo. In questi campi furono ospitati, nella seconda metà degli anni '30, anche giovani provenienti da paesi alleati o sottoposti a protettorato italiano: dalla Germania nazista, dall'Austria, dall'Albania.
Oltre alla crescita e alla diversificazione numerica degli ospitati, verso la metà degli anni '30 si impose un'altra scelta da parte del regime: la concentrazione delle colonie estive, segnatamente marittime, in alcune aree del paese, e la determinazione della loro capienza. Per ogni turno di soggiorno occorreva trovare collocazione non più per poche decine di fanciulli - come avveniva negli anni '20 - ma per centinaia di essi. Per tale impresa furono necessarie due misure: lo sviluppo di un'edilizia coloniale, e il perfezionamento di misure sanitarie e soprattutto disciplinari rivolte ai giovani residenti. Il gigantismo edilizio si espresse particolarmente in Romagna, "terra del Duce", con l'ambizione di accrescere le capacità ricettive delle colonie e di esibire arditi modelli architettonici per funzionalità e per stile. Il litorale adriatico romagnolo, pianeggiante e sabbioso, consentiva grandi insediamenti e aveva già sviluppato, sin dall'inizio del secolo, infrastrutture per il turismo e per soggiorni terapeutici e di riposo.

Rotzo: Colonia
Rotzo: Colonia

In un primo momento venne privilegiato il comprensorio riminese, tra le località di Cattolica e Bellaria, nel quale sorsero in una decina d'anni 23 nuove colonie destinate all'infanzia, per un totale di mezzo milione di metri cubi edificati: nella sola Rimini si passò dai circa 6.000 ragazzi ospitati annualmente durante il secondo quinquennio degli anni '20 ai 16.000 del 1932 e ai 18.000 del 1934. Sempre all'inizio dell'estate '34, fu inaugurata a Cattolica la Colonia XXVIII Ottobre, meglio conosciuta come "Le Navi". Unico caso di architettura (neo)futurista nella regione, l'insediamento coloniale intendeva rappresentare una flotta: comprendeva quattro padiglioni dormitorio (per ospitare complessivamente 900 ragazzi) a forma di navi che affiancavano l'edificio centrale strutturato come nave ammiraglia. Le nuove colonie vennero costruite su terreni periferici rispetto alle località e ai fasti di villeggiatura della nuova borghesia e della dirigenza fascista dell'epoca, che si raccoglieva nei Grand Hotel e nelle villette residenziali. Situate in aree riservate all'infanzia povera, divennero in alcuni casi vere e proprie città di colonie alle quali fu assegnata una nuova toponomastica, come nel caso di Igea Marina. Nella seconda metà degli anni '30, le colonie più capienti e più rappresentative sul piano architettonico furono edificate più a nord del comprensorio riminese, nell'area ravennate. Tra il 1937 e il '39 furono infatti inaugurate la Sandro Mussolini di Cesenatico, la Costanzo Ciano e la Montecatini di Cervia-Milano Marittima: colonie ripetutamente presentate e studiate dalle principali riviste di architettura italiane e straniere dell'epoca, da "Casabella" a "Architettura", da "Architecture d'aujour d'hui" a "Architect and Buildings News".

Contemporaneamente, venne potenziato il personale di assistenza e di vigilanza, reclutato fra le iscritte ai Fasci femminili che avevano ricevuto una specifica preparazione in puericultura e in pedagogia attraverso corsi istituiti dalla GIL. La giornata nelle colonie estive era scandita da ritmi precisi stabiliti su scala nazionale dal regolamento del 1935, e secondo un'educazione patriottico-religiosa e premilitare che comprendeva schieramenti, marce e adunate per il saluto alla bandiera e per l'omaggio al sovrano e al capo del fascismo, l'appello ai caduti della Grande Guerra, canti e letture di educazione politica , preghiere. Tutti gli ospiti furono dotati di uniformi della Gil e di un vestiario standard. Nelle tre estati di guerra del 1940-42, disciplina e propaganda furono ulteriormente accentuate nella vita quotidiana delle colonie con l'introduzione di regole militari nei comportamenti dei balilla, che prevedevano anche turni di guardia con armi-giocattolo. Nel 1942-43 molte colonie furono riattate a ospedali, convalescenziari, orfanatrofi e ospizi. Nell'estate 1944, il patrimonio della GIL nella zona liberata dagli alleati venne delegato ad un commissariato.


Con la Repubblica Italiana tale patrimonio sarà tardivamente restituito agli enti locali soltanto in seguito a una legge del novembre 1975. Di fatto la Repubblica Italiana si trovò in effetti a dovere gestire un patrimonio edilizio di vastissime dimensioni che non poteva essere alienato od utilizzato per scopi diversi se non quelli di assistenza alla gioventù od opere sociali. Pertanto il passaggio degli immobili alle Regioni e successivamente ai Comuni se da un lato comportò uno sgravio a livello nazionale significò altresì l'acquisizione di pesanti oneri a livello locale. Molti piccoli Comuni si ritrovarono così ad affrontare con soluzioni anche fantasiose i notevoli costi aggiuntivi per il mantenimento o restauro delle ex-colonie GIL.

L'edificio GIL di Castelletto

Rotzo: Anni '30
Rotzo: Anni '30

Nel comune di Rotzo sin dai primi anni del '900 ha avuto forte incremento il fenomeno dell'emigrazione. Molte persone, a volte intere famiglie, si trasferirono in Canada, Australia, Francia e Brasile dopo avere venduto le piccole proprietà sull'Altipiano in cerca di fortuna. Ancora oggi figli e nipoti di quei primi emigranti ritornano annualmente nelle terre dei loro progenitori spesso ospitati dai lontani parenti rimasti nel paese. Analoga sorte seguirono i proprietari del nucleo originario della ex-colonia. Tale nucleo è costituito da un fabbricato rurale del XIX° secolo. Si tratta di una tipica costruzione rurale in pietra disposta su tre piani.

Rotzo: Anni '60
Rotzo: Anni '60

L'intera proprietà fu ceduta negli anni 20 all'allora Fascio di Combattimento di Schio che con un lascito del M.R. Don Cesare dei Baroni Rossi edificava in quegli anni l'ala adiacente formando un complesso di oltre mille metri quadrati da dedicare alla gioventù. Lo stabile assunse il nome di "Colonia Alpina Fascio di Schio" ed era destinata alle vacanze dei giovani figli di operai delle fabbriche ed aziende del comprensorio scledense. La struttura entrò poi a fare parte della vasta rete di colonie GIL. Il solo Altopiano di Asiago risulta ne contasse sette. Nel dopoguerra e negli anni a venire la struttura continuò la sua funzione di colonia estiva. Negli anni '70 e '80 fu adibita a piccolo stabilimento per la produzione di calzature doposci. Ne seguì un totale abbandono sino al 2004 data della convenzione con il CNGEI Vicenza per il recupero dell'immobile grazie all'opera di volontariato della nostra associazione.

Bibliografia

  • F. Frabboni, Tempo libero infantile e colonie di vacanza, La Nuova Italia, Firenze 1971;
  • Storia Urbana, Le città delle vacanze: nascita e sviluppo dei centri balneari adriatici, Monografia nr 38 (1985);
  • T. Koon, Believe Obey Fight, Political Socialization of Youth in Fascist Italy, 1922-43, University of North Carolina, Capello Hill 1985;
  • S. De Martino e A.Wall, Cities of Childhood, Italian Colonie of the 1930s, The Architectural Association, London 1988;
  • P. Dogliani, Jeunesses ouvrieres et organisation du social dans l'entre-deux-guerres en Europe et aux Etats-Unis, in "Le Mouvement social" n.168-1994;
  • C. Baldoli, Le Navi. Fascismo e vacanze in una colonia estiva per i figli degli italiani all'estero, in "Memoria e Ricerca. Rivista di Storia contemporanea", n.6 - 2000;
  • FotoArchivio - Mario Marangoni
Techuana 2001
Techuana 2001

 

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Campo Estivo Durlo 1976
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Terremoto Friuli 1976
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Campo Estivo Durlo 1976
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2015: Centenario Vicenza
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